L'origine incerta - Le forme della materia.
“Qualunque cosa fossi, comunque sarei quella cosa lì con dentro quell’altro che sempre mi accompagnerà.”
Chi sono io?
Crudeltà abbandonata di questi occhi,
dolcezza vuota di questo incontro,
follia disperata della carne.
Un’equazione di finzioni
dalla quale mi esimo.
Non c’è più capo né coda in questo tragitto.
Trovare una spiegazione
al perché la mia vita è una sega
mi spaventa.
Un disorientamento di cuore
che non appartiene
alle gerarchie malate del cervello.
Ho imparato tutta una fraseologia per nasconderti.
Un giro di parole occulta la strada all’abbandono.
Ancora un po’
e seziono il corpo
come se fosse morto.
La parola deturpa la realtà.
E io sono
il frutto di una deformazione.
Mio piccolo fiore,
riposa insieme a me.
Succhia pure il mio nettare.
Uccidimi.
Luce dei miei occhi.
L’intensità dei miei sogni mi acceca
e vedo solo te
se non ci sei.
Non sono romantico,
né paziente,
né innocente.
Non sono elegante,
non sono alcunché.
Luce dei miei occhi.
Saresti bellissima se ci fossi.
Esci fuori da me.
Moltiplicati.
Scompari e rimani.
Amore senza strade.
“Figlio mio, rimani qui con me mentre me ne vado.
Stringi le mie mani,
così che tu senta almeno questo corpo.
Guardami negli occhi.
Io sono stato felice e disperato, mai contento.
Non ti preoccupare per me.
Io vado a riposare per sempre.
Non mi turba,
ma mi mette ansia.
Non mi terrorizza,
ma rende duro questo addio.”
SunFlower.
Ci sono molti modi per sfuggire.
Persino confrontarsi radicalmente
può diventare una forma sofisticata di evasione.
Sono sempre stato affascinato dall’esodo.
Il movimento di abbandono del consueto
per riconciliarsi con l’ignoto.
La mia fuga mi lascia avvincentemente perplesso.
La catena di montaggio della mia forma di vita
s’inceppa.
Dilata le qualità esperienziali.
Tutto rimane sospeso.
Non si può fuggire dalla consuetudine.
Ti si appiccica come ragnatela gentile.
E non si sconfigge da soli.
Serve uno scarto,
una deviazione,
una piega.
L’odio, senza amore,
è solo una rettitudine cieca.
Un autoritarismo del cuore.
Se scrivere è una supplica,
il lettore è uno straniero.
Qualche volta
persino la sfiga
diventa risorsa.
Anche in questo mondo in cui la bellezza
è schiacciata sul selciato
o nascosta nei bordi dei palazzi.
Un sorriso
appare sul mio volto.
Silenzioso.
Come in un film muto.
Comico.
Drammatico.
Mediterraneo.
Lì ho visto la cosa più simile a un dono di Dio:
l’armonia dei corpi affacciati sul mare.
Il destino dei miei sogni
è stato relegato a un cuscino.
A volte esplode
in un desiderio di successo.
Altre, scompare.
Ogni fuga
è una nuova battaglia per il samurai.
Ogni viaggio
è una domanda sull’identità.
Io so chi sono.
Quanto basta.
Posso cambiare forma
ma la sostanza rimane.
Eppure
non è la sostanza
Sostanza.
Credo che sia possibile,
e forse auspicabile,
fare della propria identità
una moltitudine.
Ma c’è uno spazio indissolubile,
un nucleo che non si può smontare.
Forse è pericoloso.
Forse è divino.
Un giorno lo scoprirò.
Per ora, gioco.
Con le mie inflessioni.
Andare oltre,
abbandonare il centro,
è un po’ come abbassarsi
fino all’infinito.
Qualunque cosa fossi,
comunque sarei quella cosa lì,
con dentro quell’altro
che sempre
mi accompagnerà.
Estasi.
E dannazione.
Il desiderio cresce
come una sfinge.
Un monumento
che si frappone
tra me
e il passo successivo.
Riverbera in tutte le direzioni
il mio sfottuto destino.
La mia natura
è quella di un lottatore.
Ma ho paura
di dare vita
a un alfabeto oscuro.
Sentire desiderio
è come essere proiettato
nell’ignoto.
Una potenza
che scaraventa.
L’ardore è la mia droga.
Faccio il mio viaggio.
Non sono mai soddisfatto.
Non so se è ovvio.
È vero.
E anomalo.

